venerdì 6 ottobre 2017

Il Vino Trebbiano - Novelle del Sacchetti

Seppure il Sacchetti scrive le sue novelle nell'ultimo decennio del XIV secolo, penso si possano utilizzare alcune di esse per interpretare usi e costumi anche del secolo successivo, sopratutto in ambito popolano.

In questa novella facciamo scoperta di un vino poco conosciuto ma sembra molto amato nelle osterie del periodo, il Trebbiano.

"Costui essendo buono bevitore e visitando volentieri le taverne dove i buon vini si vendeano, vendendosi una mattina uno buon trebbiano a una taverna in Firenze, luogo che si chiama al Fico, e questo Scolaio andandovi a bere egli e uno Guido Colombi e Bianco di Bonsi, essendo mesciuto una terzeruola e avendo ciascuno i bicchieri in mano, e specchiando gli occhi loro nel vetro e in quello trebbiano che era buono e chiaro, di color d'oro, e Scolaio, guatando nel bicchiere, comincia a dire:
- O lavoratori, benedetti siate voi che lavorate queste vigne e maledetto sia chi mai vi pose estimo, ché le vostre mani si vorrebbono imbalsimare! E se voi non fosse, che vino potremmo noi mai bere? ... E non si ved'egli che durano tutto l'anno fatica per noi quelli che governano queste vigne?
Non ne béono per loro, e tutto cio che fanno, fanno per noi.
Se voi non mi credeste, sappiate chi lavoro queste vigne: voi troverrete che béono aceto annacquato ..."

Questo vitigno viene inoltre ricordato anche da  Pietro de Crescenzi, (ca.1233-1320) nel suo Ruralia commoda, trattato utilizzato fino al XVIII secolo come punto di riferimento per l'agronomia.
L'immagine di questo articolo è ripreso appunto da una sua edizione in latino ristampata da Peter Drach ( -1504) intorno al 1490. (St. John’s College Library, R.scam.2.19, f. Giiiiv-Gvr.)

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